Sport e bambini, un binomio vincente
Nella crescita di un bambino non bastano solo le fiabe e i racconti. Anche lo sport, al pari dei libri, non dovrebbe essere considerato un elemento accessorio ma una esperienza imprescindibile per la loro formazione. Per approfondire questo aspetto, ne abbiamo parlato con due esperti: Claudia Scarpini, fisioterapista ed ex giocatrice di basket femminile, Serie A e Nazionale, e Maurizio Papagno, presidente della Vis Aurelia Basket. Quest’ultimo ciha invitato nel 14^ municipio romano per seguire il settimo Memorial Calabresi – Tugnoli, torneo di basket al femminile.
La risposta più bella l’hanno data proprio le giovani atlete: mentre gli adulti discutevano, loro ballavano sulle note della musica che risuonava nel palazzetto.
Sport e Salute
Claudia, dal punto di vista medico, qual è l’età in cui un bambino dovrebbe iniziare a praticare sport, e quali sono i benefici sulla sua salute?
Praticare sport in età pediatrica presenta molteplici aspetti positivi. Per essere precisi, bisogna dividere le fasce d’età. Tra i 3 e i 6 anni è consigliabile optare per un’attività generica, poiché in questo periodo è necessario favorire uno sviluppo armonico. In questa fascia, infatti, il bambino non ha ancora acquisito la propria destrezza né equilibrio e totale coordinazione. Di conseguenza, l’approccio dovrà essere prettamente ludico e qualsiasi tipo di attività sportiva andrà bene, l’importante è che piaccia al bambino. Dall’età di 6 anni, invece, si può parlare di una pratica sportiva vera e propria: si avrà così la possibilità di sviluppare le proprie possibilità e le proprie capacità in base al talento individuale. È chiaro, infatti, che ognuno sarà portato verso una determinata abilità o caratteristica, come l’equilibrio, la velocità, la resistenza o la forza, e in questo modo potrà praticare quello sport che più ama e più si presta alle sue potenzialità. Lo sport, in ogni caso, assicura un adeguato sviluppo dell’apparato scheletrico e muscolare, regolando il metabolismo e favorendo la socializzazione.
Quali rischi comporta, invece, la sedentarietà?
Innanzitutto il sovrappeso. Se poi alla sedentarietà si associa un’alimentazione errata si potrebbero verificare negli anni una serie di situazioni (aumento del colesterolo, pressione arteriosa, etc.) nocive alla salute.
Ci sono sport più performanti rispetto ad altri? C’è differenza tra praticare sport a livello agonistico e amatoriale?
L’importante è fare sport, di qualsiasi tipo. Indicativamente tra le due e le tre volte a settimana. È fondamentale che, inizialmente, ci sia una prevenzione che parta dal medico di base e dal proprio pediatra. Dopodiché è la figura dell’istruttore ad assumere una funzione chiave nello sviluppo del bambino. Non di meno, la presenza dei genitori influisce: chiaramente questi devono riuscire a capire se ci sono problemi, se il bambino è a suo agio o se non ama quel particolare sport. Altro fattore chiave, spesso sottovalutato, è il materiale tecnico: se è vero che spesso basta un pantaloncino ed una maglietta per la pratica sportiva, nello specifico, la scelta delle scarpe per fare attività è invece fondamentale, soprattutto nei bambini più piccoli, estremamente duttili.
Nella crescita della salute di un bambino che fa sport, c’è differenza tra il corpo maschile e quello femminile?
Nei primi anni assolutamente no. Ciò che si sta sottovalutando, in questo mondo fatto di videogiochi, televisori e smartphone, ma che si evidenzia sempre più in tutti i bambini e le bambine, è il problema della sedentarietà e della socializzazione. Un’attività sportiva adeguata ed una corretta alimentazione, che non vuol dire certo dieta, portano ad uno sviluppo dell’apparato psico-fisico più adeguato rispetto a quello di un bambino che non pratica sport o che mangia in maniera errata. È esattamente come crearsi un grosso bagaglio di esperienze da poter utilizzare in età adulta, rispetto ad un bambino che ha condotto una vita sedentaria.
È diffuso il concetto che fare sport fa bene, ma forse la società non ha ancora assimilato questo principio nel modo corretto. In quest’ottica, quanto sono importanti le campagne di sensibilizzazione e come si può far recepire meglio il messaggio?
Per sensibilizzare occorre avere aiuto sia livello mediatico sia dagli stessi attori del territorio, a partire dai medici di base fino agli specialisti. Un bambino che presenta una scoliosi piuttosto che un atteggiamento scoliotico è preferibile che pratichi determinati sport rispetto ad altri, ma per far questo serve il coordinamento di tutti e la giusta collaborazione tra le parti chiamate in causa. Deve essere una sensibilizzazione a 360 gradi. Gli enti, sanitari e non, in questo hanno un ruolo fondamentale. Nelle scuole forse questa predisposizione è proprio il fattore che manca, soprattutto in quelle elementari. È quasi assente la cultura di far svolgere al bambino un’attività sportiva e spesso mancano le strutture in cui praticarla. Chi fa sport si crea un bagaglio che sarà essenziale nella fase della propria crescita personale e fisica rispetto a chi non svolge alcuna attività, per questo è fondamentale fare di tutto per far passare questo messaggio, soprattutto tra coloro che sono a contatto con i bambini più piccoli.
Sport e Valori
Avendo un’esperienza pluridecennale su questo territorio, sappiamo di dover porre al centro dell’attenzione il concetto di “inclusione”. A partire dalle primissime fasce di età, i bambini che si affacciano allo sport e alla nostra società devono imparare a confrontarsi sin da subito con questo principio. Cioè devono praticare sport, devono stare insieme, e qualsiasi iniziativa che decidiamo di promuovere durante l’anno, al di là di questa che è per certi aspetti prettamente tecnica dato che si tratta di un torneo, è rivolta a bambini anche molto piccoli. Dall’ultimo anno della materna e per tutta la fascia della scuola elementare, fino ai 10-12 anni, organizziamo iniziative volte ad includere e far socializzare. Dopo la scuola, quel che vengono a fare nelle nostre palestre deve essere visto come un progetto ben sviluppato che mira a fare attenzione sia agli aspetti sanitari che sociali, non certo come un momento di babysitteraggio o esclusivamente di divertimento.
Dal punto di vista della crescita sociale, ci sono differenze tra fare sport di squadra o sport individuali?
La nostra associazione pratica basket e siamo sempre più convinti che gli sport di squadra siano, dal punto di vista psicosociale, sicuramente più utili e propositivi, più stimolanti per i bambini e per i giovani. Pensiamo che la pallacanestro sia l’abc per le buone abitudini che un bambino ed un giovane di oggi debba avere nella vita quotidiana.
In questo percorso, quale deve essere il ruolo del genitore?
Il principio di inclusione riguarda anche loro. Oggi le mamme e i papà regolano l’attività sportiva dei propri figli in base alle loro esigenze, “parcheggiandoli” in palestra quei due-tre pomeriggi dopo la scuola, quando si lavora o si hanno problemi. Vogliamo scongiurare tutto questo. Spesso bisogna intervenire anche sul genitore, stimolandolo, rendendolo partecipe, includendolo nei nostri progetti e nelle attività. Anche perché se il genitore decide di non accompagnare suo figlio in palestra, di conseguenza quel bambino non riuscirà mai a svolgere alcuna attività.
Questo è un torneo femminile. Sta cambiando la visione dello sport professionistico come esclusivo patrimonio maschile?
Per fortuna sì, e anche molto velocemente. La pallacanestro al femminile, ad esempio, è sicuramente uno sport che si porta avanti con maggiori difficoltà rispetto al basket maschile, ma oggi il futuro di un’atleta rosa non è pregiudicato. Questa manifestazione è stata trasformata in un torneo femminile con il tempo: per il secondo anno consecutivo siamo affiancati e sostenuti anche da un’associazione che lotta contro il tumore al seno, la Susan G. Komen.
Qual è il messaggio che volete far passare con il vostro impegno?
Stare insieme, crescere e fare attenzione alla nostra salute.
Sport e Territorio
A margine della manifestazione abbiamo chiesto un parere anche al Presidente della Commissione Scuola, Cultura e Sport del Municipio XIV di Roma Capitale, Cons. Pino Acquafredda sul significato che hanno eventi di questo genere sul territorio. “Sono una valvola di sfogo all’interno del Municipio, nonostante le risorse ristrette che sono a disposizione per portare avanti progetti di questo tipo. Ma l’impegno c’è e ci si vuole credere, anche in prospettiva futura perché i ragazzi e le ragazze che giocano oggi saranno i protagonisti dello Sport di domani”.